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Villaggi abbandonati tra montagna e collina: passeggiate nel silenzio e nella memoria

Lorenzo Fiacchinidi Lorenzo Fiacchini· 21/08/2026 17:35
Villaggi abbandonati tra montagna e collina: passeggiate nel silenzio e nella memoria

All’alba il sentiero saliva tra i terrazzamenti abbandonati e le ginestre ancora chiuse. Lo ricordo come una scena in controluce: lo stivale che fruscia nell’erba alta, il legno di una porta che scricchiola al vento, un arco di pietra consumato da secoli di passaggi. Avevo con me il taccuino che porto in ogni cammino, lo stesso che mi ha accompagnato lungo la Via Francigena, e mi fermai davanti a una finestra senza vetri. Dentro, il silenzio aveva il colore della polvere e della calce, eppure non era vuoto: custodiva voci. Bastò il rintocco lontano di una campana per darmi la misura di quanto i luoghi sappiano aspettare, e di come, a volte, siano proprio loro a chiamarci.

Tracce di pietra e di vento

I paesi disabitati dell’entroterra italiano sono ferite e mosaici insieme. Hanno conosciuto frane, terremoti, inverni duri, ma anche migrazioni verso le fabbriche della pianura e le coste. Il loro destino si intreccia al fenomeno dello Spopolamento, che nel secolo scorso ha svuotato vallate intere, e alle dinamiche delle Aree interne, dove servizi e opportunità si sono rarefatti fino a rendere insostenibile la vita quotidiana.

Camminando tra i vicoli, l’assenza si traduce in dettagli: un capitello che regge ancora una soglia, la traccia di un forno popolare, un’abbeverata al margine del borgo. Ogni pietra racconta non solo un abbandono, ma anche un adattamento. Ci sono case inghiottite dall’edera, altre protette da impalcature, altre ancora riaperte da associazioni e piccoli musei locali. L’Italia minore custodisce qui un patrimonio diffuso che non ha nulla di minore se lo si guarda da vicino, a passo d’uomo.

Itinerari lenti tra montagna e collina

In Umbria, sopra le gole rocciose della Valnerina, il borgo di Umbriano si mostra come un miraggio di pietra. Ci si arriva seguendo mulattiere che sfiorano castagneti e muretti a secco. L’arrivo, a piedi, amplifica la percezione del luogo: il silenzio rimbalza sulle facciate spoglie e si mescola al fruscio del Nera più in basso. Non è un museo e non è una scenografia, è un frammento di Appennino che invita alla discrezione. Nei periodi più miti, primavera e autunno, l’ombra degli alberi accompagna lo sforzo e rende la sosta più dolce.

Più a sud, nel Cilento, Roscigno Vecchia è una piazza che resiste. La fontana al centro tiene insieme prospettive e memorie, come un cuore di pietra attorno a cui battono stagioni e racconti. L’ingresso nel borgo ha il sapore di un incontro, specie quando si incrociano le storie di chi lo custodisce. È un luogo adatto a chi viaggia cercando dialogo, e che suggerisce un passo senza fretta, magari abbinando l’escursione ai sentieri che dal Vallo di Diano salgono verso le dorsali interne.

In Basilicata, Craco appare da lontano come un castello sospeso. Le frane e gli eventi sismici lo hanno spopolato, ma la sua sagoma rimane una bussola per chi cammina tra calanchi e colline d’argilla. L’accesso all’area storica è regolamentato, e spesso possibile solo con visite guidate: un limite prezioso, che protegge gli edifici e orienta l’esperienza. Il consiglio è di programmare il passaggio al mattino, quando la luce scivola tra i vicoli e il profilo del paese si stacca netto contro il cielo.

Attraversando il Tirreno e puntando verso le alture dell’Ogliastra, la Sardegna svela Gairo Vecchio, scenario di pietre e architravi fessurate dove la tramontana pare aver scolpito il tempo. Qui camminare significa ricostruire una geografia domestica: corti, scale esterne, ballatoi. La strada che costeggia le case invita a soste fotografiche, ma è quando si spegne il motore e ci si affida ai passi che le geometrie tornano vive. Le forme della collina, spesso bruciate dal sole, regalano un palmo d’ombra proprio quando serve.

Più a nord-ovest, nelle vallate laterali del Piemonte, le borgate alte conservano una trama di fienili, forni e stalle in pietra. Nella Val Maira, ad esempio, molte case sono state riprese, altre aspettano. Un sentiero ben segnato collega nuclei minuscoli in mezza costa, lasciando intravedere pascoli e lariceti. È un trekking di incontri: con le lingue d’oc, con le incisioni sul legno delle travi, con un artigianato che ricompare a tratti nei nuovi rifugi. L’itinerario alterna dislivelli moderati a strappi più decisi, ma il ritmo del cammino permette di leggere la montagna come una pagina aperta.

Questi luoghi chiedono un patto: mettere al centro l’andare a piedi, accettare l’imprevisto, spostare l’attenzione dai “must see” alle storie che emergono dietro un portone socchiuso. È un turismo minuto, quasi in punta di piedi, capace però di restituire senso alle strade secondarie e al lavoro di chi, su queste alture, ha deciso di restare o di tornare.

Prepararsi alla bellezza: sicurezza, stagioni, rispetto

Ogni borgo disabitato ha un equilibrio delicato. Prima di partire, controllare le condizioni dei sentieri e le eventuali ordinanze locali aiuta a evitare sorprese. Le mappe del Club Alpino Italiano e i tracciati cartografati con attenzione restano compagni affidabili, insieme a calzature con buona aderenza e una scorta d’acqua adeguata, specie in estate quando l’ombra è scarsa. L’autunno e la tarda primavera offrono temperature miti e una luce che valorizza i contrasti tra pietra e vegetazione.

È importante ricordare che molti edifici sono instabili: l’attrazione di una scala rimasta intatta o di un affresco intravisto non deve tradursi in rischio. Si entra solo se consentito, si osserva da fuori quando è il caso, si preferisce la prudenza alla curiosità. Le proprietà, benché senza abitanti, spesso esistono e meritano rispetto. Una buona regola è camminare in due, lasciare detto il proprio itinerario e considerare che il segnale telefonico può essere intermittente.

Anche il silenzio è parte dell’esperienza. Parlare piano, evitare musica in diffusione, tenere puliti gli spazi: gesti semplici che fanno la differenza. Per chi fotografa, il suggerimento è di accogliere la luce com’è, senza forzare: questi luoghi non hanno bisogno di effetti, la loro forza è nella sobrietà.

La memoria che riprende casa

Una delle sorprese più belle, negli ultimi anni, è assistere a piccole rinascite. Ci sono associazioni che aprono stanze come se fossero pagine di un libro, ecomusei che raccolgono attrezzi agricoli e li rimettono in dialogo con la comunità, residenze artistiche che animano stagioni intere di laboratori e mostre. In Liguria, ad esempio, alcune frazioni colpite in passato da terremoti hanno attratto artigiani e artisti, trasformando ruderi in botteghe e cortili in teatri. Non è un’invasione, ma un ritorno di funzioni, un filo rosso tra passato e presente.

Roscigno Vecchia, con la sua piazza, è anche un racconto museale a cielo aperto; Craco, con gli accessi guidati, diventa una lezione di geologia e di cinema; nelle valli alpine molte scuole portano i bambini a scoprire forni comunitari e fontane, insegnando che abitare significa prendersi cura. Sono esperienze che non cancellano l’abbandono, ma lo elaborano: la memoria smette di essere un altare immobile e diventa un gesto quotidiano.

Anche l’enogastronomia partecipa a questa trama. Un formaggio d’alpeggio, un pane rinato in un forno riattivato, una tisana con erbe raccolte lungo il sentiero raccontano con semplicità cosa può voler dire turismo responsabile. Sono indizi di un’economia possibile, leggera, che non promette miracoli ma ricuce relazioni.

Un giorno intero per ascoltare

Ricordo un pomeriggio in cui il sole scendeva dietro una sella erbosa e una brezza sottile muoveva le foglie di un fico cresciuto tra due case. Avevo camminato per ore, evitando le scorciatoie, scegliendo gli sterrati che si attardano tra vigneti e meli antichi. Nel taccuino annotai i suoni: il ronzio delle api, un merlo ostinato, il lontano scatto di un ramo. Poi comparve, come una promessa, una panca improvvisata, due assi inchiodate a un muretto. Mi sedetti. Da quel punto il paese si offriva in controluce, e il suo profilo pareva una scrittura segreta.

Ripartii quando il cielo prese a impastarsi di viola. La discesa restituiva alle gambe l’elasticità delle ore fresche, e ogni curva era una pausa per guardare ancora. In fondo valle, una trattoria con tovaglie semplici teneva accese due lampade. Entrai con la goffa felicità di chi ha guadagnato la fame. Chiesi un piatto caldo e una brocca d’acqua. Mentre aspettavo, sfogliai gli appunti della giornata: nomi, appigli, qualche schizzo. Mi accorsi che ciò che più mi aveva colpito non erano i vuoti lasciati dall’assenza, ma il modo in cui la natura e le comunità li avevano accolti.

Quando, più tardi, tornai al punto di partenza, il buio aveva preso possesso delle pietre e il vento parlava a bassa voce. Chiusi lo zaino con un gesto tranquillo. Sapevo che ci sarei tornato, che altri paesi mi avrebbero chiamato con le loro campane mute, che ogni cammino, da queste parti, è una lettera scritta a chi verrà. E che l’inizio, il vero inizio, è sempre un passo più lento.

Lorenzo Fiacchini
Lorenzo Fiacchini

Lorenzo ha percorso la Via Francigena a piedi, documentando ogni tappa con appunti di viaggio e fotografie. Grande appassionato di tradizioni regionali, si dedica a scoprire mete meno conosciute e a consigliare itinerari slow immersi nella natura italiana.